Slider news

Zuppa di pesce o zuppa di plastica?

di Valeria Mazziotti
Diplomata Master DISCI - Biologa Marina, Fondazione Dohrn

Chi non trova rilassante passeggiare su una spiaggia in pieno inverno? In questo periodo, il mare ha un fascino particolare, ma è proprio dopo le mareggiate stagionali che si può incorrere in uno scenario da incubo: una vera e propria scena del crimine, un crimine ambientale. Il mare restituisce sulle nostre coste tutto ciò che non gli appartiene. Oggi si stima che oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti finiscano nei mari e negli oceani di tutto il mondo, l'equivalente in peso di circa 16 milioni di elefanti. Il termine marine litter indica rifiuti di varie dimensioni, composti da materiali di diversa natura e di origine antropica che, viaggiando attraverso il mare, possono entrare nelle catene alimentari marine e, infine, tornare sulle nostre tavole. Il marine litter è uno degli undici descrittori qualitativi della direttiva comunitaria "Strategia Marina", un importante strumento di governance per il raggiungimento di un "buono stato ambientale".

Sembrerebbe una questione di karma: l'uomo inquina e poi si ritrova a mangiare ciò che ha riversato in mare. La plastica rappresenta la quota maggiore dei rifiuti, e quella con dimensioni inferiori a 5 mm è stata definita microplastica da un ricercatore di Plymouth nel 2003, dopo uno studio condotto sulle spiagge anglosassoni. Gli organismi del plancton, per lo più microscopici, che viaggiano attraverso le correnti, assorbono queste piccole particelle mediante un processo definito bioaccumulazione. A loro volta, vengono predati da avannotti e piccoli pesci, che continuano ad accumulare plastica nella pelle e negli organi intestinali. Il viaggio dei microrifiuti prosegue nei consumatori secondari, come cefali e orate, e, attraverso il processo di biomagnificazione, i rifiuti si accumulano nei vari livelli trofici, raggiungendo i livelli più elevati nei predatori ai vertici delle reti trofiche marine.

Ma quanto marine litter finisce nei nostri piatti e, soprattutto, quali sono le conseguenze per la nostra salute? Sono state trovate microplastiche nell'intestino, nel sangue, nella placenta e nel latte materno. Gli effetti sulla salute umana sono ancora poco conosciuti, ma il principale rischio potrebbe derivare dall'infiammazione causata dalla loro composizione chimica. Inoltre, le microplastiche possono fungere da vettori per additivi chimici tossici e agenti patogeni.

Gli oceanografi stimano che sul fondo del mare ci siano tra i 15 e i 50 trilioni di microplastiche, ovvero 15-50 miliardi di miliardi, un problema invisibile ma incredibilmente impattante. Tuttavia, non sono solo i piccoli frammenti di plastica a rappresentare un pericolo. I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) sono molecole organiche contenenti legami molto forti tra atomi di carbonio e fluoro. Queste sostanze sono utilizzate in numerosi processi produttivi, per conferire resistenza al calore e impermeabilità, e si trovano in pentole antiaderenti, schiume antincendio e detergenti per la casa.

Essendo molecole inerti, i PFAS sono molto resistenti e difficilmente eliminabili dall'ambiente. La loro presenza è ormai diffusa nel sangue della popolazione mondiale. I PFAS sono considerati interferenti endocrini, alterando i cicli ormonali e causando numerose problematiche per la salute, come sterilità maschile, tumori ai reni e ai testicoli, problemi alla tiroide e alterazioni dello sviluppo fetale. Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet ha evidenziato che la popolazione con la più alta concentrazione di PFAS si trova incredibilmente in Groenlandia, con livelli 5 volte superiori rispetto ad altri paesi esaminati. La causa di questa alta concentrazione risiede nella dieta della popolazione Inuit, che si nutre di grandi predatori marini. L'orso polare, ad esempio, può presentare valori di PFAS nel sangue circa 30 milioni di volte superiori a quelli dei molluschi bivalvi, che accumulano sostanze nocive per filtrazione.

A causa dei cambiamenti climatici e delle forti pressioni delle potenze economiche, la sopravvivenza delle popolazioni native artiche è messa a dura prova. L'adattamento a nuovi modelli culturali ha portato a elevati tassi di alcoolismo e suicidio. Inoltre, il divieto di caccia alle foche ha reso difficile il sostentamento. Il caso degli Inuit rappresenta un paradosso del mondo industrializzato, in cui sono proprio i popoli legati a tradizioni antiche come la caccia, isolati geograficamente, a pagare le conseguenze del viaggio in mare delle sostanze tossiche prodotte da altri paesi.

Nutrire il proprio organismo con i predatori ai vertici della catena alimentare comporta, purtroppo, queste conseguenze. Tuttavia, le condizioni di vita delle popolazioni artiche non sono comparabili alle nostre. Nelle nostre regioni, ad esempio, è vietato consumare carne di squalo (sebbene la pesca illegale o accidentale colpisca significativamente questi animali), e il consumo di grandi predatori come pesce spada, tonno o salmone va limitato, a causa delle sostanze tossiche che possono accumulare.

Dovremmo perseguire l'obiettivo di una salute unica, quella di noi stessi, degli animali e dell'ambiente che ci circonda, la One Health, e comprendere che sono strettamente interdipendenti. Secondo questo approccio infatti è necessario affrontare i problemi in modo olistico, favorire la multidisciplinarità ed il confronto tra scienziati ed esperti di tutte le discipline. Come consumatori potremmo orientarci verso scelte più sostenibili, come preferire prodotti locali, il pescato di piccole dimensioni e limitare il consumo dei predatori apicali, tutti passi importanti per un utilizzo migliore delle risorse marine. Nel pieno rispetto di ciò che il mare ci offre, le alternative sostenibili sono infatti possibili, ma è soprattutto necessaria un'inversione di rotta. Dobbiamo diventare consapevoli. In un mondo in cui ogni nostra azione può avere effetti negativi, è fondamentale cercare di ridurre la nostra impronta ecologica, ovvero l’impatto che le nostre azioni hanno sull’ambiente, in termini di risorse naturali consumate e rifiuti prodotti. Solo così potremo sperare che, in futuro, avremo ancora la possibilità di cucinare una gustosa zuppa di pesce, anziché una zuppa di rifiuti.