di Luisa Valente e Filomena Fiorito
Lo stress subito in allevamento influisce direttamente sulla salute animale. Fenomeni come il sovraffollamento, la scarsa igiene, ma anche trasporti/movimentazioni, sbalzi di temperatura repentini, variazioni ormonali, trattamenti con corticosteroidi, pratiche alimentari e mediche scorrette, sono tra le principali cause di stress per gli animali, nonché fattori scatenanti la Rinotracheite Infettiva Bovina (IBR), malattia infettiva causata da un virus appartenente alla famiglia Herpesviridae, Bovine Herpesvirus type 1 (BoHV-1).
Nel bovino, il virus è responsabile di patologie che coinvolgono sia l’apparato respiratorio sia la sfera riproduttiva come la vulvovaginite pustolosa infettiva (IPV) nelle bovine e la balanopostite pustolosa infettiva (IPB) negli individui di sesso maschile. Possono essere colpite sia le bovine da latte che i bovini da carne con poche differenze nelle manifestazioni cliniche, ma diverse conseguenze economiche. L’infezione coinvolge maggiormente le mucose, con la comparsa di lesioni e pustole muco-purulente. Nei casi più gravi, soprattutto in soggetti giovani, possono verificarsi fenomeni di congiuntivite o encefalite. Inoltre, il virus è responsabile di ipofertilità, aborto e cali di produzione. Ad esempio, nelle bovine da latte si possono verificare cali netti nella produzione a seguito di infezioni secondarie (mastiti/metriti) o per l’alterazione della capacità di ingestione dovuta ad uno stato di malessere fisico; mentre i bovini da carne manifestano un rallentamento della crescita che si traduce in una minore disponibilità di carne.
I primi casi di IBR sono stati riportati negli anni ‘50 in Nord America. Tra i principali fattori che hanno determinato la considerevole diffusione della malattia a livello globale, si annovera l’enorme richiesta di latte e carne nel mercato. Inoltre, il sovraffollamento, i trasporti, ma anche la mungitura e l’accoppiamento, causando stress all’animale, tendono ad aumentare il rischio di contrarre la malattia.
Oltre ai bovini, BoHV-1 può infettare numerose specie, tra cui bufali, ovi-caprini e suini in minor misura. Possono essere coinvolti anche animali selvatici (bisonti, cervi, camelidi), fenomeno che ha contribuito alla sua diffusione anche in alcune zone dell’Algeria (principalmente del centro-nord) coinvolgendo i camelidi, per lo più dromedari, dove i casi positivi sono stati rilevati soprattutto nelle mandrie in cui erano stati introdotti nuovi capi in assenza di isolamento preventivo, sottolineando l’importanza della sorveglianza sanitaria e della prevenzione per l’inserimento di nuovi capi in azienda provenienti da altri Paesi/allevamenti.
Caratteristica che distingue BoHV-1 di natura erpetica da altri patogeni è la capacità di permanere a vita nell’ospite dopo la prima infezione acuta. In particolare, il virus instaura latenza nei gangli nervosi del trigemino in caso di IBR e in quelli sacrali in caso di IPV/IPB, per cui si rivela un nemico silenzioso che potrebbe arrecare danni pur non manifestandosi in maniera evidente. Da qui la capacità degli animali di contagiare anche se apparentemente sani. Campanelli d’allarme sono casi di aborti frequenti, cali delle produzioni ed una generale riduzione della fertilità della mandria, che si traduce in perdite economiche elevate per le aziende. Allo stesso tempo questo indica la spinta verso l’utilizzo di protocolli di biosicurezza più specifici, mirati al miglioramento delle tecniche di gestione in modo da ridurre lo stress fisico e/o psichico subito dagli animali in quanto causa scatenante della sua comparsa e/o riattivazione. L’immunosoppressione, infatti, potrebbe essere dovuta anche a pratiche errate o a disattenzioni, per esempio, una temperatura nei ricoveri non adeguata, frequenti ingressi di visitatori/veicoli, sovraffollamento in spazi ridotti, scarsa qualità degli alimenti somministrati (soprattutto nel periodo di gestazione), gestione inadatta delle pratiche di allattamento/svezzamento, somministrazioni di corticosteroidi. Inoltre, IBR può indurre immunosoppressione, condizione che rende l’animale suscettibile ad infezioni polimicrobiche secondarie.
La lotta all’IBR non riguarda solo l’utilizzo di vaccini (tradizionali-marker) o pratiche per ridurne la diffusione, un passo fondamentale sarebbe quello di rispettare il concetto di benessere animale, in modo da ridurre gli eventi stressanti e, di conseguenza, contenere la diffusione di malattie. Talvolta lo stress deriva da fasi fisiologiche, basti pensare al post-partum, alla lattazione, allo svezzamento che, affrontate con pratiche adeguate, potrebbero migliorare le condizioni fisiche e psichiche dei soggetti. Tra queste, l’utilizzo di alimenti di qualità, la somministrazione di sostanze calmanti nella razione alimentare dei vitelli durante lo svezzamento, l’utilizzo di ventilatori nelle stagioni più calde, il controllo adeguato dell’ingresso di personale e veicoli in azienda. Semplici accortezze che, se attuate in conformità con protocolli di profilassi igienico-sanitaria e misure di biosicurezza, sia interna che esterna, aiuterebbero a ridurre di molto la diffusione di malattie infettive, soprattutto quelle scatenate da nemici invisibili come lo stress.
Il Regolamento UE 2016/429 (Animal Health Law-AHL), entrato in vigore nel 2021, introduce delle innovazioni in merito alla gestione animale affinché si possa prevenire e/o controllare l’incidenza di epidemie. Vengono nello specifico definite le responsabilità di varie figure (allevatori, medici veterinari, zoonomi), le condizioni per effettuare qualsiasi tipo di movimentazione animale e l’importanza delle misure di sorveglianza, includendo programmi di vaccinazione e l’uso di tecnologie innovative per monitorare la salute generale della mandria. È previsto l’inserimento delle principali malattie infettive animali in cinque categorie (A, B, C, D, E) affinché per ognuna possano essere utilizzate misure di prevenzione e biosicurezza adeguate. Nel caso dell’IBR, essendo una malattia contagiosa, oltre alla prevenzione e al controllo sono previsti programmi di eradicazione con misure ancora più restrittive mirate alla definitiva scomparsa del virus. Per una sorveglianza adatta sia a livello nazionale che Europeo, IBR, IPV e IPB sono inserite in più categorie (allegato II, AHL), specificatamente nella C (malattie per cui si adottano misure di prevenzione per evitare la diffusione tra Stati membri dell’UE), nella D (malattie per cui si richiedono controlli su scambi di animali e prodotti in UE), nella E (malattie soggette a sorveglianza per motivi di salute animale, pubblica o ambientale).
Gli ultimi dati sulla sieroprevalenza (WOAH accessed on 03/01/2025) evidenziano una diversa situazione epidemiologica tra i Paesi, dovuta all’applicazione di misure di biosicurezza di diverso grado. In alcune aree, tali misure risultano assenti o inadeguate (Asia) mentre in Europa, i rigorosi programmi di sorveglianza ed eradicazione hanno portato alcune zone ad essere dichiarate ufficialmente IBR-free (Austria, Svizzera, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia e l’Italia con la Valle d’Aosta e Bolzano). In Italia la prevalenza dell’IBR è sempre stata maggiore nei Territori del Nord (Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Province di Trento e Bolzano). Ad oggi, non è previsto un piano di eradicazione a livello nazionale ma, grazie al controllo volontario e/o obbligatorio delle aree non ancora dichiarate indenni, cominciano ad essere evidenti i risultati sul contenimento della diffusione dell’infezione. Tuttavia, l’obiettivo principale resta quello di rendere tutti i territori Europei esenti da IBR, migliorando e rafforzando i piani di controllo già in atto. Tra le misure da adottare rientrano la sorveglianza sierologica (ELISA), restrizioni/controlli sulle movimentazioni animali, vietando gli spostamenti di soggetti infetti, protocolli di vaccinazione (preferibilmente con vaccini marker) per un monitoraggio più efficace, analisi sul seme, registrazione/identificazione dei nuovi capi vietando l’ingresso di soggetti non sottoposti ad una quarantena preventiva, disinfezioni frequenti dei ricoveri, gestione adeguata della temperatura nelle stalle e delle dimensioni di esse al fine di evitare sovraffollamento. Queste pratiche riducono significativamente la prevalenza dell’infezione negli allevamenti e rendono le attività zootecniche sicure ed efficaci.
Un animale sano, in equilibrio fisico e mentale, ottimizza le sue condizioni fisiologiche migliorando anche le performance produttive e riproduttive. Per cui, investire sulla prevenzione e sulla biosicurezza in allevamento, tutela la salute degli animali egarantisce la qualità dei prodotti di origine animale.