di Nada Mzid
Dipartimento di Agraria – Centro di Ricerca CRISP
Quando pensiamo al degrado ambientale, spesso immaginiamo foreste in fiamme o mari contaminati. Raramente ci soffermiamo sul suolo, quella componente discreta e vitale degli ecosistemi. Il suolo è una delle risorse più preziose e vulnerabili: garantisce la produzione alimentare, regola i cicli idrici, preserva la biodiversità e modella i paesaggi. È la base silenziosa della nostra esistenza e, quando si degrada, le conseguenze ci raggiungono da vicino, anche se non sempre ce ne rendiamo conto nell’immediato.
Il Parlamento Europeo, già nel 2006, ha indicato il degrado del suolo come una delle principali minacce per l’Europa, e dal 1994 le Nazioni Unite hanno istituito una Convenzione dedicata a contrastarlo. Non è un caso che la neutralità del degrado del suolo sia oggi un obiettivo centrale dell’Agenda 2030: significa controllare i processi di deterioramento e rigenerare i suoli già compromessi. Ma per riuscirci occorre innanzitutto comprenderlo, saperne misurare l’estensione e individuare le aree più esposte.
Al Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II, come ricercatrice nell’ambito del progetto RETURN (multi-Risk sciEnce for resilienT commUnities undeR a changiNg climate) e in collaborazione con il gruppo di pedologi del CRISP, contribuiamo a sviluppare approcci innovativi per tradurre queste esigenze in soluzioni concrete, capaci di trasformare i dati in indicazioni operative per la gestione del territorio.
Per questo abbiamo introdotto approcci alternativi. Con i satelliti Landsat, ad esempio, costruiamo mappe annuali più accurate che descrivono meglio lo stato della vegetazione e ci aiutano a individuare le aree in cui il suolo riduce la propria funzionalità ecologica. A scala nazionale, queste mappe hanno evidenziato in modo chiaro le zone più vulnerabili, fornendo un supporto prezioso per le politiche di recupero e di pianificazione territoriale. Non si tratta solo di cartografia: è uno strumento che consente alle istituzioni e agli amministratori di prendere decisioni più consapevoli.
Ma osservare dall’alto non basta: occorre anche avvicinarsi. Nei laboratori, la spettroscopia nel medio infrarosso permette di analizzare il suolo e rivelarne le proprietà. È come realizzare una valutazione approfondita del suolo, misurandone il contenuto organico, i minerali e i nutrienti. Grazie all’integrazione con algoritmi di intelligenza artificiale, questi dati vengono trasformati in modelli predittivi affidabili e trasferibili a scale geografiche sempre più ampie, restituendo un quadro dettagliato dello stato di salute dei terreni.
Due casi studio concreti lo dimostrano: i cedui di castagno, segnati da modalità di gestione tradizionali, e i suoli vulcanici dell’Etna, noti come Andisuoli, che per la loro vivacità minerale e organica rappresentano un contesto ideale per applicare la spettroscopia nel medio infrarosso e sviluppare modelli predittivi capaci di descrivere proprietà chiave del suolo. In entrambi i contesti, i modelli hanno raggiunto performance elevate, confermando la possibilità di descrivere con precisione lo stato di salute del suolo e di fornire indicazioni utili per la sua gestione sostenibile.
Il futuro si orienta verso questa direzione: combinare la scala micro e la scala macro costruendo librerie spettrali dedicate, capaci di collegare specifiche bande del medio infrarosso a minerali e composti organici noti, rendendo i modelli sempre più trasparenti e interpretabili. E con il supporto dei satelliti, applicarli a scala nazionale, in collaborazione con istituzioni come ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), cosicché il contrasto al degrado del suolo non resti un concetto astratto discusso nei documenti internazionali, ma diventi una realtà leggibile, misurabile e quindi affrontabile con strumenti concreti.
Proteggere il suolo significa proteggere noi stessi, la nostra agricoltura, le nostre foreste, le nostre città e i paesaggi che ci circondano. Perché se impariamo ad ascoltarlo, il suolo ha molto da dirci: basta saper interpretare la sua voce, dallo spazio e dal laboratorio.