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La moda e i materiali di origine animale: sappiamo cosa indossiamo?

di Enrico Maria Oliva*

La sofferenza animale è al giorno d’oggi oggetto di dibattito, ed è un argomento “caldo” di discussione quando si affronta il tema legato all’alimentazione. Ognuno di noi, raggiunto e pervaso da informazioni provenienti da telegiornali / documentari / social media, è più o meno informato riguardo i trattamenti ai quali sono sottoposti la maggior parte degli animali destinati a giungere sulle nostre tavole. La lotta contro la sofferenza animaleinveste anche l’industria alimentare ed è ormai parte della sensibilità sociale comune (anche del consumatore), in buona parte sostenuta da numerose iniziative degli operatori attenti alla filiera, coadiuvati dall’interesse politico-aziendale dei stessi protagonisti del settore.

Questa visione comprende anche l’industria della moda? La concezione comune sembra in realtà appartenere a un tempo passato, legata quasi unicamente alla sfera delle “pellicce” o delle “pelli esotiche” e al tema della sostenibilità ambientale. Oggi il 95% dei brand è Fur-Free - standard internazionale che permette di acquistare abbigliamento senza pelliccia - e le aziende moda rivendicano continuamente la propria etica sostenibile, elevandosi al di sopra delle industrie al centro del ciclone mediatico attuale. Quando si discute di moda green, saltuariamente si fa riferimento ai diritti del mondo animale, un argomento spesso eluso persino al mondo dell’attivismo per i diritti degli animali.

Ma siamo realmente consapevoli di ciò che indossiamo? Il documentario Slay, della regista francese Rebecca Cappelli, visibile gratuitamente online su WaterBearu - piattaforma di streaming gratuito di contenuti a sfondo etico e ambientale - offre un punto di vista differente, ponendo al centro dell’attenzione l’utilizzo dei derivati animali nella filiera del fashion system. Certamente noi, consumatori finali, non indosseremo vere pellicce, ma numerosi sono i derivati animali che portiamo addosso tutti i giorni, in particolar modo pelle e lana, ma anche seta, piume, cashmere. Tra questi certamente la lana, materiale enormemente diffuso quando si parla di moda, si lega al tema degli allevamenti intensivi. La maggioranza dei capi in lana che indossiamo hanno alle spalle milioni di ovini sacrificati seppur giovani e sani, trattati e considerati come merce di scambio, la loro vita è considerata tale solo in relazione al valore di ciò che producono. La pelle resta poi l’emblema del generale senso di illegalità e mancanza di controlli e di trasparenza della filiera, in India a Kapur - città produttrice mondiale di pellame a basso costo - la popolazione soffre di diverse malattie a causa degli elementi chimici usati per trattare le pelli e poi scaricati in fiumi e terreni. La pelle è un bene per cui vengono allevati e uccisi gli animali, un mercato di prodotti stimato in 394 miliardi di dollari, oltre alla sofferenza animale, la questione si allarga e comprende il disboscamento per far spazio agli allevamenti oltre che le condizioni dei lavoratori nei macelli e nelle concerie. Per rendere l’idea dell’impatto ambientale, si stima che la produzione di un paio di stivali in pelle bovina produca 66 chili di CO2 e utilizzi 12.370 litri d’acqua, tutto ciò va certamente a gravare sul benessere animale. 

La lista e i contenuti inerenti all’errata visione del sistema moda, visto troppo spesso come safe zone dai media sul dibattito del mondo animale e del nostro ecosistema, sono certamente molteplici. La filiera del fashion system, così come la filiera alimentare, non sempre permette al consumatore finale di avere piena coscienza dell’origine di ciò che acquista, mangia, consuma o indossa. Le alternative all’utilizzo di derivati animali esistono, sia provenienti da materiali sintetici che dalle cosiddette bio-based, materiali di origine biologica che hanno il vantaggio di essere ottenibili da una fonte rinnovabile come le biomasse, caratteristica fondamentale per contribuire alla transizione da un’economia lineare a un’economia circolare. Fortunatamente si intravede uno sforzo da parte di diverse aziende moda per seguire questa nuova strada limitando o evitando l’utilizzo di derivati animali nella filiera del fashion system

 

*Allievo Master I livello in ‘Divulgazione Scientifica e Comunicazione nella Salute Pubblica’