di Rossana Schena
Biologa, Assegnista di ricerca presso il DMVPA
È ancora eticamente accettabile l’impiego degli animali come attrazione turistica? Come è possibile scegliere esperienze di viaggio senza alimentare la sofferenza e lo sfruttamento degli animali? Tutti almeno una volta siamo stati in un circo. Portiamo ricordi contrastanti di questi luoghi. Al fascino degli equilibristi, si sovrappongono le immagini di leoni acrobatici che saltano attraverso cerchi infuocati ed elefanti dalle posizioni bizzarre. Allo stesso modo, anche in occasione di un viaggio capita sempre più spesso di assistere a spettacoli di vario genere con protagonisti animali esotici. Pensiamo, ad esempio, a Marrakech, città piena di colori e intrisa di profumi, da sempre meta popolare tra gli italiani. Una città ricca di storia e cultura, che andrebbe fotografata in ogni angolo. Eppure, questo, evidentemente, non è bastato alle centinaia di turisti più interessati a fotografare e a farsi fotografare con una scimmietta sulle spalle, vestita da principessa e incatenata al proprio carceriere.
La straordinarietà e l’irripetibilità di quel momento fa dimenticare cosa si celi dietroquello scatto, contribuendo ad alimentare quello che oggi viene chiamato WTA (Wildlife Tourist Attractions), il turismo degli animali. Secondo i dati del TTC (World Travel & Tourism Council), ogni anno al mondo viaggiano 1,3 milioni di persone e ciò comporta un forte impatto ambientale, con conseguenze drammatiche anche per la fauna. “Si calcola che in un anno vengano sfruttati più di 500mila animali selvatici, spesso catturati in natura per essere utilizzati come mascotte. Altri allevati in cattività per essere cornice dei selfie dei turisti. Altri ancora abusati della loro etologia per essere coccolati dai volontari” spiega a ‘Un Mondo di Bufale’ Chiara Grasso, etologa, divulgatrice scientifica e professionista del turismo sostenibile.
Alla base di tutto, osservano gli esperti, c’è sicuramente una profonda disinformazione. Ci si affida a tour operator autoctoni, convinti che così facendo si sostengano le attività locali. Si acquistano biglietti per fantomatici santuari, fiduciosi di contribuire alla tutela della fauna. E, alla fine, si scattano foto con animali selvatici addomesticati, che però vengono così privati della loro identità e naturalezza. Perché un leone che si fa coccolare o una tigre immobile che si fa accarezzare, non sono normali. Non è nella loro natura. Alla scarsa informazione si sommano poi una serie di fattori socioeconomici: dalla crescente facilità di accesso a mete esotiche, molto meno costose di un tempo, alla cassa di risonanza dei social network, che bombardano l’utente di esperienze ‘autentiche’ alimentando curiosità e desideri. Un mix pericoloso. Ma un turismo sostenibile può esistere. Basta fare attenzione a ciò che scegliamo.
“Un turismo rispettoso evita ogni attività che possa speculare sugli animali e sul loro benessere – continua Chiara Grasso – perché gli animali non sono attrazioni, e ogni struttura o tour che vende attività a stretto contatto con gli animali è da evitare: non esiste etica e conservazione laddove è possibile interagire con la fauna selvatica”. Prima di partire è importante studiare i luoghi e chi li vive, informarsi affidandosi ai canali giusti. Come il portale di Chiara Grasso (https://www.chiaragrassoetologa.it), sul quale l’etologa ha pubblicato una serie di guide preziose, come quelle al safari e al volontariato etico, ricche di consigli e di riferimenti puntuali a tutte le strutture che, in giro per il mondo, rispettano i requisiti di sostenibilità. Informazioni indispensabili affinché un viaggio non sia un semplice spostamento da un posto a un altro, per consumare nel frattempo tutto ciò che i social ci ‘impongono’ (animali inclusi), ma un modo per conoscere nuove forme di bellezza, nel pieno rispetto degli equilibri naturali.