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Microplastiche in mare: i rischi per il consumatore di prodotti ittici

di Marcello Scivicco, Carmine Grasso, Lorella Severino

Quando parliamo di inquinamento da plastica nell’ambiente marino siamo portati a pensare alle tonnellate di rifiuti che galleggiano sulla superficie dei nostri mari, ma ne ignoriamo le componenti microscopiche.

Le microplastiche sono definite come particelle dal diametro compreso tra i 5 mm e i 0.1 μm. A seconda dell’origine si presentano in diverse forme: membrane, sfere, materiale espanso, particelle e fibre.

Le microplastiche sono distinte in primarie e secondarie. Le prime sono prodotte intenzionalmente dall’uomo di dimensioni ridotte e presentano, per questo motivo, forme regolari. Trovano ampio utilizzo in prodotti per la cura personale, come alcuni dentifrici, creme solari, esfolianti, saponi e cosmetici. Le microplastiche secondarie, invece, si formano dalla frammentazione e dal deterioramento di plastiche di dimensioni maggiori e rappresentano la quota maggiore delle microplastiche presenti negli ambienti marini.

Questa forma di inquinamento è lenta e non conosce barriere né fisiche né geografiche: ad oggi materie plastiche di qualsiasi dimensione sono presenti nei mari e negli oceani dell’intero pianeta. Le alterazioni causate da questi contaminanti non si limitano a danneggiare l’ambiente e gli animali, ma arrivano attraverso la catena alimentare fino all’uomo.

Studi di ecotossicologia mostrano come le microplastiche si accumulano in gruppi diversi di organismi marini, dal plancton agli invertebrati, fino ai vertebrati.

I molluschi bivalvi come le cozze e le vongole, che frequentemente sono presenti nei nostri piatti, accumulano in maniera diretta microplastiche dall’ambiente, poiché si alimentano filtrando l’acqua. Le microplastiche nell’ambiente marino vanno incontro al fenomeno di biomagnificazione, risultando in concentrazioni più elevate negli animali ai vertici delle catene trofiche, come tonni e pesci spada, che sono spesso le specie di maggior interesse e pregio commerciale.

Per l’uomo la maggiore fonte di esposizione alle microplastiche è quella alimentare, con un’assunzione stimata di 39,000–52,000 particelle all’anno a persona.

I rischi associati all’esposizione a tali contaminanti possono essere di natura fisica, biologica e chimica. Il passaggio delle microplastiche nei vari distretti corporei può infatti causare lesioni e danni diretti. Le microplastiche possono, inoltre, veicolare sulla loro superficie microrganismi patogeni: batteri come Escherichia coli, Bacillus cereus e Stenotrophomonas maltophilia sono stati rilevati in microplastiche raccolte al largo delle coste del Belgio. Irischi chimici derivano dalla presenza nelle microplastiche di contaminanti, come i plasticizzanti (ftalati) o i contaminanti persistenti (idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili), che possono provocare danni a carico del sistema endocrino, causare problemi alla sfera riproduttiva e al metabolismo.

La larga diffusione di microplastiche non è unicamente la conseguenza diretta delle attività produttive industriali, ma deriva anche da alcune delle più comuni azioni che compiamo tutti i giorni. Scelte più consapevoli da parte di tutti, sui prodotti che si acquistano e un maggior impegno per un loro corretto smaltimento, apporterebbero un contributo indispensabile per la mitigazione del problema e il contenimento dei danni associati a questi contaminanti ambientali.