di Antonio Santaniello
Nel concetto di biophilia, definita dal biologo statunitense Edward O. Wilson come la ‘[…] tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda[…]’, risiede una delle più accreditate ipotesi scientifiche che avrebbero spinto gli esseri umani alla convivenza con gli animali. Al tal proposito, se il rapporto dell’uomo con il cane si perde nella notte dei tempi, molto più antico, sebbene prevalentemente di tipo osservativo ed imitativo, è il rapporto con gli uccelli, siano essi canori, migratori, di alta o bassa corte. Oltre alle fonti storico-bibliografiche e iconografiche, nonché alle componenti genetiche ed epigenetiche che tanto intridono e condizionano il nostro modo di pensare e il nostro essere “animali sociali”, esistono forme di conoscenza e di condivisione degli eventi e del sapere che risiedono negli archetipi. Definiti da Platone come idee primordiali o modelli eterni e trascendenti delle cose, sono stati poi ripresi e intesi in Psicologia analitica da Carl G. Jung come ‘[…] contenuto dell’inconscio collettivo, che determina la tendenza a reagire e a percepire la realtà secondo forme tipiche costanti nei vari gruppi culturali e periodi storici’. Gli animali, e gli uccelli nella fattispecie, sono presenti nelle nostre vite come archetipi, ma anche nei nostri sogni e nella nostra psiche, secondo James Hillman come ‘[…] tracce filogenetiche, come antenati totemici, come meccanismi di sfogo innati […]’.
Da millenni, gli uccelli fanno parte del nostro mondo, anzi del nostro stare al mondo. Sacro e profano, vita e morte, fato avverso e propizio, salute e malattia sono solo alcuni degli aspetti antitetici che caratterizzano la presenza degli uccelli e la loro influenza nella vita dell’uomo. Nella Mitologia greca, ad Athena, dea della sapienza, delle arti e delle strategie belliche, era sacra la civetta (Athene noctua) che per la sua capacità di vedere al buio, le conferiva anche le doti di saggezza e chiaroveggenza. Oggi, sappiamo che la civetta ha la capacità di visione notturna solo se vi sono fonti luminose ambientali. A notte fonda, utilizza principalmente l’udito grazie ad alcuni adattamenti anatomici, come la posizione asimmetrica delle cavità auricolari e la struttura del volto (disco facciale) che funge da parabola di amplificazione delle onde sonore.
Molte credenze e molti modi di dire riferiti agli uccelli e al mondo dell’ornitologia sono usati in maniera più o meno pertinente, tanto è vero che la simbologia o i significati ad essi attribuiti non corrispondono al vero e la loro matrice empirico-esperienziale spesso non ha fondamenti scientifici.
“Andatura anserina o avere i piedi a papera”, per intendere nell’uomo un difetto ortopedico di deambulazione: in fondo, oche, anatre e cigni hanno le estremità degli arti inferiori adattate all’ambiente acquatico.
“Non fare il pappagallo”, ossia ripetere meccanicamente parole o frasi altrui, senza averne compreso il significato. In effetti, molti pappagalli hanno il tipico comportamento di ripetere le parole che ascoltano, anche se alcuni individui (il cenerino Alex) hanno dimostrato di saper usare le parole con cognizione di causa.
Il verbo “pavoneggiarsi” si riferisce a quegli umani che assumono un atteggiamento superbo e vanitoso, cercando ostentatamente l’ammirazione degli altri, o mostrando eccessivo compiacimento di sé. Ma in fondo, il pavone maschio, che nel periodo riproduttivo sta tutto il giorno a fare la ruota, mostrando quanto sia magnifico il suo variopinto e iridescente strascico formato dalle lunghe penne della groppa che terminano con un “occhio” (ocello) colorato, sta solo usando una strategia di bellezza per riprodursi e per perpetuare i suoi geni.
Pertanto, se le credenze popolari hanno spesso un’andatura anserina, se ripetere le parole a pappagallo ci fa sorridere e lo specchietto per le allodole ci può ingannare, smettiamola almeno di pavoneggiarci, perché non avremo mai tanti occhi addosso.