di Giovanni Di Guardo*
È da oltre mezzo secolo che l'Italia fa i conti, ahimè/ahinoi, con la cosiddetta "fuga dei cervelli", una quantomai profusa emorragia di brillanti intelligenze e di preziose competenze che, una volta formatesi nelle nostre università, vanno a rendere ancor più prospere e rigogliose l'economia e la società dei Paesi che le accolgono, in larga misura europei.
Per quanto un'esperienza di studio, di ricerca e/o professionale all'estero possa tradursi, perlomeno in linea di principio, in un'operazione positiva e virtuosa per tutti quei Paesi che 'esportano' Donne e Uomini di Scienza, la conditio sine qua non affinché ciò avvenga è che le competenze acquisite in terra straniera vengano spese in patria successivamente al rientro dei diretti interessati.
Questa situazione purtroppo, come risulta ben noto, non riguarda l'Italia che molti, troppi scienziati continuano ad abbandonare per non farvi più ritorno, complici in primis le retribuzioni economiche, di gran lunga inferiori rispetto a quelle dei Paesi ospitanti, fattispecie che le detrazioni fiscali già annunciate dal precedente governo (e presumibilmente non confermate nella loro entità da quello in carica) miravano tuttavia a contrastare o, quantomeno, a mitigare.
Parallelamente a quanto sopra, vi è un ulteriore dato, oltremodo eloquente, che testimonia l'assurda e pluridecennale anomalia che il nostro Paese registra sul dolente fronte del cosiddetto brain drain. Mi riferisco, in particolare, a tutte quelle geniali menti, grandi Donne e Uomini di Scienza, che per i loro eccezionali meriti e per le loro straordinarie scoperte hanno conseguito il Premio Nobel che, come ben si sa, viene assegnato ogni anno, nel mese di ottobre, dalla prestigiosa Reale Accademia delle Scienze (Premi Nobel per la Fisica, la Chimica e l'Economia) e dall'altrettanto blasonato Karolinska Institute (Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina) svedesi. Orbene, mentre la stragrande maggioranza degli studiosi insigniti del Premio Nobel generalmente conseguono questo altissimo riconoscimento durante lo svolgimento della propria attività di ricerca all'interno dei rispettivi Paesi d'origine, ciò purtroppo non accade nella nostra bella Italia che, pur avendo dato i natali a molti Nobel, vede nel 60% dei casi l'attribuzione di cotanto prestigioso premio al di fuori dai propri confini nazionali!
E, mentre la nostra insipiente classe politica continua tuttora a non battere un sol colpo su una materia così strategica e rilevante, che andrebbe iscritta fra le top priorities di qualsivoglia coalizione di governo e dalla quale dipendono in larga misura il futuro e il progresso di ciascuna Nazione, le ricercatrici e i ricercatori italiani si collocano all'ottavo posto nel mondo per la qualità della produzione scientifica, fattispecie che stride palesemente con la miserrima quota di poco più dell'1% del proprio PIL che il nostro Paese continua pervicacemente ad investire nel finanziamento pubblico della ricerca, a fronte di una media pari al 2% investita dai 27 Paesi dell'Unione Europea!
Quali le soluzioni da adottare per alleviare (quantomeno!) gli oltremodo deleteri effetti di una tanto consistente quanto prolungata "diaspora" di fini menti e di brillanti intelligenze?
Va da se' che la prima, ovvia risposta appare quella di garantire remunerazioni salariali ben più gratificanti di quelle attuali, facendo sì che il trattamento economico riservato a chi intraprenda una carriera di studio, di ricerca e/o d'insegnamento in Italia sia il più possibile in linea con quelli corrisposti alle colleghe ed ai colleghi operanti all'interno di analoghe istituzioni ed enti di ricerca situati in Paesi stranieri, europei e non, ritenuti particolarmente competitivi sul fronte della ricerca scientifica e dell'innovazione in ambito tecnologico. A tal proposito, non sembrano sussistere dubbi in merito al fatto che la quota di PIL investita dall'Italia nel finanziamento pubblico della ricerca dovrebbe parimenti elevarsi in maniera consistente (passando dall'attuale 1.3% ad un valore pari o, quantomeno, prossimo al 2%). Beninteso, se è vero che un temporaneo innalzamento della percentuale di PIL riservata al finanziamento pubblico della ricerca viene attualmente garantito alla Comunità Scientifica del nostro Paese dalle ingenti risorse finanziarie afferenti al cosiddetto "Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza"(PNRR), è altrettanto vero che la sfida maggiormente impegnativa risiede nell'assicurare la dovuta continuità, negli anni, alla corresponsione delle succitate risorse, cosa che fa il paio con la continuità che a qualsivoglia attività di ricerca scientifica programmata andrebbe necessariamente garantita! Un'ulteriore, fondamentale componente sulla quale andrebbe condotto un lavoro quantomai serio, attento, meticoloso e determinato, attiene alla "meritocrazia", fattispecie rispetto alla quale il nostro Paese è chiamato a compiere lunghi passi in avanti, anche e soprattutto in una sana ottica di "giustizia ed equità sociale", invocate a gran voce da più parti. Tante, troppe le volte, infatti, in cui gli esiti delle procedure concorsuali svoltesi all'interno di istituzioni scientifiche nazionali - soprattutto accademiche - hanno finito per penalizzare Donne e Uomini di Scienza particolarmente meritevoli. Quest'ultimo risulta essere il "vulnus" più triste, disarmante e logorante che si frappone fra le più che legittime aspettative di carriera di tante nostre talentuose ricercatrici e di tanti nostri meritevoli ricercatori e gli esiti delle loro prove concorsuali, che spesso non rispecchiano i "reali valori in campo", costringendole/li ad un forzato espatrio, che nella stragrande maggioranza dei casi non è seguito da un successivo rientro in Italia (a differenza di quanto avviene per la Comunità Scientifica di molti altri Paesi!).
Questi sarebbero, in rapida sintesi, i vari fronti sui quali una sana politica della ricerca nel nostro Paese dovrebbe trovare, a livello governativo così come in uno spirito di aperta e leale collaborazione e di proficua sinergia tra le forze di governo e quelle di opposizione, una piena convergenza di propositi, di azioni e di soluzioni. Solo così facendo si potrà cominciare, infatti, ad invertire quel drammatico trend del brain drain, che da oltre 50 anni attanaglia il nostro Paese in una morsa asfittica, rendendolo in tal modo maggiormente competitivo e, auspicabilmente, anche attrattivo nei confronti della Comunità Scientifica di molte altre Nazioni, che ben più di noi hanno investito e continuano tuttora ad investire in ricerca, sviluppo ed innovazione.
Errare Humanum est Perseverare Autem Diabolicum!
*Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università degli Studi di Teramo