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Una questione di democrazia

di Giuseppe Zollo
Docente di Ingegneria Gestionale - Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’

Gli anni della pandemia da COVID-19 ci hanno costretto a ripensare molte cose: all’importanza della vita di relazione e della coesione sociale, alla centralità del lavoro e alle sue trasformazioni nell’era digitale. La pandemia ci ha mostrato che la salute collettiva dipende dalla qualità della politica, dall’efficienza degli apparati pubblici, dall’operosità dei privati e, infine, da ciò che ogni cittadino conosce del problema da affrontare e dei rimedi da porre.

Per fornire al cittadino le conoscenze necessarie alla decisione è stato messo in atto un grande esperimento di divulgazione scientifica, che ha coinvolto una grande quantità di esperti e tutti i media disponibili. Spesso, tuttavia, l’esperimento non ha dato esiti positivi. A testimonianza delle difficoltà incontrate vi sono i sette milioni di italiani che hanno rifiutato il vaccino e i molti che hanno tentennato prima di convincersene.

Soprattutto nei cruciali mesi iniziali, l’esperimento ha mostrato l’inadeguatezza diffusa di persone e istituzioni. Un esercito di esperti ha invaso i media a tutte le ore, offrendo a un pubblico impaurito e disorientato dati, ipotesi, teorie, esempi, soluzioni, rimedi, riflessioni ponderate, consigli sbrigativi e decaloghi di buone prassi. Un diluvio di numeri, tabelle, istogrammi e grafici. Un torrente di discorsi, spesso inzuppati di termini tecnici sconosciuti. Ancora peggio hanno fatto politici e giornalisti: confusi dalle sottigliezze della probabilità, non avvezzi a maneggiare statistiche, in difficoltà nella lettura dei grafici e incapaci a tradurre in parole una tabella di numeri. I dibattiti tra esperti-veri, esperti-per-definizione, esperti-telegenici, esperti-polemici, pseudo-esperti, esperti-d’altro sono stati spesso allestiti come sedute di pugilato, o come una gara per assegnare la coppa dell’esperto-più-esperto.

D’altra parte, perché dovrebbe essere diverso? Dove e come uno scienziato ha appreso l’arte della divulgazione scientifica? Fin dalla gioventù il futuro scienziato viene educato a pubblicare su prestigiose riviste scientifiche esclusivamente in lingua inglese. Si rivolge a un pubblico di scienziati, con cui l’autore condivide problemi e metodi di lavoro, un linguaggio tecnico e una prassi comunicativa. Dopo decenni di comunicazione iper-specialistica, non sorprende che le competenze della divulgazione gli siano completamente estranee.

Da alcuni anni gli atenei italiani sono valutati, oltre che per qualità della ricerca e della didattica, anche per la ‘terza missione’, intesa come ‘l’insieme delle attività di trasferimento scientifico, tecnologico e culturale e di trasformazione produttiva delle conoscenze’. In teoria, la Terza Missione dovrebbe prevedere anche la divulgazione scientifica ma, allo stato delle cose, essa è completamente trascurata a favore di attività più prestigiose e remunerative.

Per rimediare, sarebbe auspicabile istituire per l’Università italiana una quarta missione, dedicata esclusivamente alla divulgazione, affinché ricercatori e scienziati siano incentivati a mettersi in gioco per trasferire in modo appropriato conoscenze scientifiche e tecnologiche al largo pubblico. Ricordandoci che la democrazia si basa soprattutto su una cittadinanza consapevole, e che nessuno sforzo va trascurato per accrescere la consapevolezza del metodo e dei risultati della scienza.